La Regola Feudale di Predazzo

Passeggiando per le vie del centro vi sarà capitato di notare la facciata di un edificio sulla quale appaiono una serie di stemmi: sono quelli delle antiche famiglie di Predazzo, le proprietarie del Feudo: Boninsegna, Bonora, Bosin, Brigadoi, Defrancesco, Degaudenz, Dellagiacoma, Dellantonio, Dellasega, Demartin, Dezulian, Felicetti, Gabrielli, Giacomelli, Guadagnini, Morandini, Nicolao, Piazzi e Zanna.

L’edificio, costruito nel 1875 e restaurato nel 2008, è la Casa della Regola Feudale. La Regola Feudale di Predazzo, è un ente di proprietà collettiva, una vicinia, risalente al 1447. Viene considerata una società privata di “vicini” che esercitano il loro diritto come comproprietari.

Per molto tempo l’area dell’abitato di Predazzo fu relativamente poco abitata e isolata. Predazzo è infatti uno dei paesi più giovani della valle e oggi il più popoloso della Comunità di Fiemme. Di certo attorno al XVI secolo le abitazioni non erano più che una trentina e, secondo vari studiosi (Vanzetta, Delvai ed altri) è altrettanta certa l’origine anomala del nucleo abitativo, diversa dagli altri centri fiemmesi, provata anche da forme dialettali con radici diverse.

Intuendo il rischio di emarginazione dalla vita politica della zona, gli abitanti di Predazzo, cercarono, fin dall’antichità, di gestire il proprio territorio in modo autonomo.

Nel 1111 il Principe vescovo di Trento Gebardo confermò in modo ufficiale l’esistenza giuridica della Comunità di Fiemme sottoscrivendo un accordo con gli abitanti. I Patti Gebardini riconoscevano così, agli abitanti della valle, l’amministrazione di alcuni beni e un patrimonio costituito da acque, pascoli,boschi e campi.

Il monte Vardabe, del quale gli abitanti di Predazzo rivendicavano l’utilizzo, non era però contemplato. Il riconoscimento del territorio avvenne soltanto nel 1318, quando alla Regola Generale di Predazzo venne formalizzato il godimento del monte sia per il pascolo del bestiame che per il taglio del legname; la Comunità di Fiemme ne formalizzò poi la pertinenza esclusiva nel 1388.

Poco più tardi, nel 1391, fu il Principe vescovo di Trento Giorgio di Liechtenstein a investire ufficialmente il monte Vardabe in favore della Regola Generale di Predazzo. Investitura che venne “rinnovata” dai principi vescovi successivi, sino alla secolarizzazione del principato nel 1803.

Nel 1608 le 71 famiglie “originarie” dell’abitato di Predazzo decisero di costituire la “Regola del monte Vardabe”, ossia un’associazione del tutto separata e distinta dalla Regola generale di Predazzo e dotata di un proprio statuto: I “Capituli et ordeni fatti per li vicini del monte feudali Guardaben”.

Lo statuto, approvato dal principe vescovo Carlo Gaudenzio Madruzzo il 9 aprile 1615 conobbe nei secoli successivi numerose modifiche, non tutte documentate nell’archivio. Con questo primo statuto un gruppo di abitanti di Predazzo si eresse pertanto a ceto all’interno del corpo sociale del paese. La necessità era quella di distinguersi dai sempre più numerosi “forestieri”, presenti nell’area alpina, così aperta e mobile. Ma è pensabile che la distinzione avesse valore anche nei confronti del ceto emergente in valle ed in particolare del centro più eminente, Cavalese, con il pericolo che esso potesse assumere un ruolo predominante. Per questo motivo venivano considerati “vicino” unicamente gli abitanti di Predazzo che detenevano i cognomi storici del paese ed erano i soli a poter tramandare la vicinia per linea mascolina secondo il diritto gerarchico

Lo statuto del 1608 e tutti quelli successivi precisarono anche gli altri requisiti di cui si doveva essere in possesso per essere riconosciuti come “vicini”. Gli indubbi vantaggi economici collegati allo status di vicino della Regola feudale di Predazzo offrirono motivi sufficienti per alimentare vertenze da parte di coloro che non accettavano l’esclusione.

In periodi più recenti l’esistenza della Regola feudale di Predazzo, come d’altronde quella della Comunità di Fiemme, fu seriamente minacciata da due diverse normative che intervennero a disciplinare da una parte il funzionamento delle regole e dall’altra gli usi civici.

Nel primo caso si trattò della risoluzione sovrana del 4 gennaio 1807 che aboliva le cosiddette “Regolanie maggiori e minori”. Questa normativa, ebbe immediate ripercussioni sulla vita della Regola feudale. In seguito la riforma amministrativa del periodo francese prospettò per la prima volta il rischio dell’inglobamento della Regola feudale all’interno dell’organismo comunale di nuova istituzione. Nel 1814 il consigliere Riccabona riassegnava, tuttavia, piena legittimità alla Regola feudale, riconoscendola come “una corporazione diversa e distinta” da quella formata dal Comune di Predazzo.

La seconda normativa fu una legge italiana del 1927 che introduceva nuove disposizioni in materia di usi civici con l’obiettivo di conferire maggiore uniformità ad una serie di tradizioni giuridiche. La vertenza si concluse soltanto nel 1967 quando al posto della liquidazione in favore del comune di Predazzo si decise per il riconoscimento della natura privatistica della Regola Feudale. A parte un paio di casi più recenti, nell’arco della sua esistenza, la sovranità della Regola venne riconosciuta da tutti gli Imperatori e Principi vescovi di Trento.

La Regola Feudale è giunta così praticamente intatta fino ai giorni nostri e può essere definita come una proprietà di diritto privato composta oggi da circa 800 “Vicini” che curano l’antico patrimonio agro-silvo-pastorale, approssimativamente 2700 ettari di terreno inalienabile, indivisibile, inusucapibile.

L’11 novembre, il giorno di San Martino, si festeggia la ricorrenza che celebra questo speciale privilegio: in questa giornata infatti, ancora oggi, ogni membro ritira la parte degli ultimi proventi della gestione del bosco, denominata “regalia”. Cosa prevedono i festeggiamenti? …Questa è un’altra storia!

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